Pillole di salute

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  • Attenzione a usare i computer fino a tarda notte: maggiore sviluppo di depressione e disturbi dell'apprendimento

    Uno studio della Johns Hopkins University rivela che le persone che usano il computer fino a tarda notte per lavoro, gioco, o per postare foto su Facebook, hanno una probabilità maggiore di sviluppare depressione e problemi di apprendimento. La causa sembra dovuta non solo alla mancanza di sonno,ma all'azione della luce artificiale delle lampade, dello schermo dei computer portatili, compresi gli iPad.
    Uno studio su topi effettuato da Samer Hattar della Johns Hopkins University (Baltimora, Maryland, USA), pubblicato sulla rivista Nature, spiega come l’utilizzo della luce artificiale per tutta la notte possa causare in realtà molti danni.
    Lo scienziato ha spiegato che l'esposizione cronica alla luce artificiale intensa, come quella utilizzata nel salotto e nelle stanze della propria casa o nei lavori notturni come quelli dei turnisti, eleva i livelli di alcuni ormoni dello stress che provocano depressione e riduzione della funzione cognitiva.
    Le ricerche sui topi hanno rivelato come l'esposizione alla luce artificiale attiva alcune cellule dell'occhio conosciute come cellule retiniche ganglionari intrinseche fotosensibili (ipRGCs). L'attivazione di queste cellule agisce con i centri cerebrali responsabili del comportamento, apprendimento e memoria.
    I topi e gli esseri umani sono in realtà molto simili ed entrambi sono dotati delle cellule ipRGCs. Questi dati confermano quelli di precedenti studi sugli esseri umani, che dimostrano l'impatto della luce sul sistema limbico del cervello umano come pure nel cervello dei topi.
    Il "disturbo affettivo stagionale" è un'affezione che si sviluppa in alcune persone in inverno quando a causa dell'accorciarsi delle giornate viene utilizzata luce artificiale intensa; in questi casi può essere impostata, con buoni risultati, una terapia a base di "luce bassa e calda".
    Nello studio i topi sono stati esposti prima alla luce per 3,5 ore e poi al buio per 4,5 ore rilevando un sonno normale ma comparsa di depressione (evidenziata dalla mancanza di interesse di zucchero o ricerca del piacere) e aumento del cortisolo, un ormone dello stress associato a problemi di apprendimento, con riduzione delle capacità cognitive. La controprova è stata effettuata somministrando un farmaco antidepressivo noto con ritorno dell'umore e dell'apprendimento. 
    Gli autori dello studio concludono consigliando di accendere solo le luci necessarie e di usare lampadine a luce calda e di bassa intensità probabilmente sufficienti ad attivare le cellule ipRGCs che influenzano positivamente l'umore.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Milano

  • Possibile invertire il processo di invecchiamento? Qualche accorgimento utile

    Secondo uno studio pubblicato nella famosa rivista The Lancet Oncology, un cambio dello stile di vita, come l'adozione di una dieta sana e un esercizio fisico moderato possono invertire il processo di invecchiamento.

    Ricercatori della University of California di San Francisco (USA) hanno scoperto che alcuni cambiamenti dello stile di vita possono aumentare la lunghezza dei telomeri.

    Il telomero è la regione terminale del cromosoma, da cui deriva il nome stesso, composta di DNA altamente ripetuto. Il telomero ha un ruolo determinante nell'evitare la perdita di informazioni durante la duplicazione dei cromosomi poiché la DNA polimerasi (enzima in grado di sintetizzare un filamento di DNA) non è in grado di replicare il cromosoma fino alla sua terminazione. Se non ci fossero i telomeri la replicazione del DNA comporterebbe dopo ogni replicazione una significativa perdita di informazione genetica; inoltre proteggono l'estremità dei cromosomi dal danneggiamento. Diversi studi hanno dimostrato che il progressivo accorciamento dei telomeri ad ogni ciclo replicativo sia associato all'invecchiamento cellulare. Se i telomeri si accorciano o si danneggiano le cellule invecchiano e muoiono più rapidamente, innescando il processo di invecchiamento.

    L’età biologica può essere calcolata secondo la lunghezza dei telomeri. Telomeri più corti sono legati a un più alto rischio di morte prematura e di malattie legate all'età, tra cui molti tipi di tumore (seno, prostata, colon-retto e polmone), malattie cardiache, demenza vascolare e obesità.

    Per lo studio i ricercatori hanno preso in esame due gruppi di uomini con diagnosi di tumore alla prostata di basso grado. I pazienti di entrambi i gruppi sono stati trattati con chirurgia o radioterapia. Al primo gruppo è stato chiesto di cambiare completamente lo stile di vita adottando una dieta vegetariana; un esercizio fisico moderato; tecniche di gestione dello stress come la meditazione e lo yoga, e una migliore vita sociale. Al secondo gruppo non è stato chiesto di modificare il proprio stile di vita. I ricercatori hanno misurato all'inizio dello studio e alla fine dello stesso, cioè dopo 5 anni, la lunghezza dei telomeri negli uomini reclutati, rilevando come cambiamenti dello stile di vita siano associati all’aumento della lunghezza dei telomeri.

    I risultati dello studio hanno infatti dimostrato nel gruppo che ha cambiato lo stile di vita un aumento della lunghezza dei telomeri del 10% rispetto al gruppo che non ha modificato lo stile di vita, dove si è avuta addirittura una diminuzione del 3% della lunghezza. Si è anche rilevato che un maggior impegno nell’adottare i cambiamenti suggeriti era seguito da un maggiore aumento della lunghezza dei telomeri.

    Lo studio non è stato condotto per determinare l’influenza del cambiamento dello stile di vita sul tumore della prostata; tuttavia uno studio precedente ha dimostrato come queste nuove abitudini possano ritardare la progressione del tumore nelle fasi iniziali. Secondo i ricercatori, se convalidati da studi controllati randomizzati su larga scala, i suggerimenti sui cambiamenti dello stile di vita potrebbero ridurre significativamente una grande varietà di malattie e la mortalità prematura.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Viale Monza 177 - I 20126 Milano

  • Disturbi del sonno: scoperto il modo per migliorare la funzione individuale di "orologio Interno"

    Lunghi voli aerei attraverso l'Atlantico, cambiamenti di fuso orario, turni di lavoro pesanti, insonnia da stress sono i principali imputati dei disturbi del sonno che possono anche tenerci svegli tutta la notte. Grazie a una nuova ricerca della McGill University  e Concordia University, questi disturbi comuni del sonno stanno per essere risolti.
    È a tutti noto che la rotazione terrestre genera il giorno e la notte e detta i ritmi della vita quotidiana di tutti gli esseri viventi. Nei mammiferi un "orologio circadiano" che risiede nel cervello regola ritmi quotidiani quali il sonno/veglia, l'alimentazione, il metabolismo, e molti altri processi essenziali. Il funzionamento interno di questo orologio cerebrale è tuttavia molto complesso e i processi molecolari che ne stanno alla base non sono ancora noti.
    In un nuovo studio pubblicato su Neuron, i ricercatori hanno identificato che un processo biologico fondamentale, chiamato sintesi proteica, è controllato dall'orologio circadiano del corpo, il meccanismo interno che controlla i propri ritmi quotidiani. Questa scoperta potrebbe aprire una nuova possibilità di trattamento di alcuni disturbi provocati da disfunzioni di questo meccanismo come il jet lag e l'insonnia dei turnisti e alcune patologie croniche spesso correlate come la depressione e il morbo di Parkinson.
    Secondo il prof. Shimon Amir, del Dipartimento di Psicologia della Concordia University (Montreal, Canada) e il prof. Nahum Sonenberg della McGill University (Montreal, Canada), Dipartimento di Biochimica del Goodman Cancer Research Centre, per comprendere e trattare le cause e sintomi di anomalie legate ai ritmi circadiani, è fondamentale comprendere i meccanismi biologici fondamentali che controllano i nostri orologi interni. Gli scienziati hanno studiato il meccanismo di controllo della sintesi proteica identificando nell'orologio cerebrale una "proteina repressore" che rimossa migliorava sensibilmente l'attività dello stesso. Tutti i mammiferi hanno orologi circadiani simili e il team ha rilevato che nei topi, eliminando la proteina soppressore della sintesi proteica conosciuta come 4E-BP1, si ripristinava rapidamente la funzione circadiana alterata indipendentemente dalla causa che aveva provocato l'alterazione.
    Per fare un esempio pratico, i cambiamenti di fuso orario possono provocare problemi fastidiosi che di solito richiedono un paio di settimane di transizione; inducendo uno stato come il jet-lag nei topi privi della proteina soppressore si è rilevato un adattamento ai fusi orari in circa la metà del tempo richiesto dai topi normali.
    I ricercatori hanno scoperto inoltre che una piccola proteina, peptide intestinale vasoattivo o VIP, che è fondamentale per la funzione di orologio cerebrale è maggiore nei topi privi della proteina 4E-BP1 indicando che il funzionamento dell'orologio circadiano potrebbe essere migliorata da manipolazioni genetiche, aprendo le porte a nuovi modi per curare disturbi circadiani orologio-correlati. L'aumento della funzione orologio cerebrale potrebbe ridurre processi biologici fondamentali quali l'invecchiamento o anche intervenire nelle sindromi di dipendenza e assuefazione da droghe dimezzandone i tempi di risoluzione.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Milano

  • Vacanze e salute... piccoli trucchi per un’estate senza problemi

    L’estate è spesso sinonimo di riposo e vacanze ma talora alcune condizioni possono minare il benessere se non vengono prese alcune semplici precauzioni. L’arrivo dell’estate è in genere caratterizzato da giornate soleggiate e dal caldo talvolta soffocante ma anche dalla comparsa di allergie da esposizione solare, dermatiti da punture di insetti e altri potenziali disturbi; ecco alcuni consigli per trascorrere vacanze senza problemi... almeno di salute.

    Proteggersi dai raggi UVA
    Fin dall’antichità la luce solare è considerata una medicina sia in quanto ottima fonte di vitamina D sia per le conferme scientifiche della sua azione antidepressiva e di miglioramento del tono dell’umore. Ormai è noto che esistono due tipi di raggi solari: UVA e UVB. Gli UVA penetrano negli strati profondi della pelle con la tipica azione abbronzante gradita a molte persone ma pochi sanno che i raggi UVA possono danneggiare il sistema immunitario. Alcuni medici statunitensi hanno confermato quanto rilevato da numerosi studi: un’esposizione troppo prolungata agli UVA può ridurre la capacità dell’organismo di combattere le malattie e provocare tumori della pelle come il melanoma, il basalioma e il tumore a cellule squamose. Ogni anno vengono diagnosticati negli Stati Uniti più di 1 milione di nuovi casi di tumori della pelle, la maggior parte causati da troppa esposizione ai raggi UVA. Per proteggersi dai raggi UVA si dovrebbe utilizzare una crema con protezione solare SPF 30 o maggiore nel caso di carnagione chiara. La crema con protezione più efficace è quella che blocca entrambi i raggi UVA/UVB con l’accortezza di spalmarla su tutto il corpo e, in caso di utilizzo di una crema non resistente all’acqua, riapplicarla dopo il bagno o dopo intensa sudorazione. Secondo i dermatologi statunitensi gli adulti dovrebbero utilizzare al giorno l'equivalente di un bicchiere pieno di crema solare per assicurarsi una protezione adeguata.

    Bere molta acqua
    Prima di uscire all'aperto, specie nelle ore più calde, è fondamentale assicurare all’organismo una buona idratazione bevendo molta acqua per reintegrare i liquidi persi con la sudorazione. Nelle giornate particolarmente calde occorre fare attenzione alle condizioni che favoriscono la disidratazione come l’attività fisica e l’uso di bevande contenenti alcol o caffeina, sostanze con effetto diuretico che favoriscono la perdita di acqua con le urine.
    Attenzione ai segni di disidratazione:

    • Bocca secca
    • Mal di testa
    • Sensazione di testa leggera o vuota
    • Vertigini
    • Riduzione della quantità di urina
    • Stitichezza

    La disidratazione può causare alcune condizioni spiacevoli e pericolose:
    Colpo di calore: si verifica quando la temperatura corporea sale oltre 40,6° C. Per evitare colpi di calore indossare abiti leggeri, evitare la luce solare diretta, usare aria condizionata, bere acqua fredda ed evitare pasti pesanti.
    Convulsioni causate da carenza di sali (elettroliti), specie sodio, potassio e magnesio che sono alla base della trasmissione di segnali elettrici da cellula a cellula. Quando i livelli degli elettroliti sono troppo bassi i segnali non funzionano correttamente creando contrazioni muscolari involontarie.
    Edema cerebrale: può verificarsi quando, dopo la disidratazione, si tende ad assumere acqua in eccesso provocando in realtà danni alle cellule che non sono in grado di smaltire questo carico idrico e tendono a gonfiarsi e esplodere.
    Una grave disidratazione può portare ad insufficienza renale, coma e anche alla morte.

    Insetti e meduse
    Le punture di insetti sono responsabili di oltre mezzo milione di visite di pronto soccorso ogni anno e le reazioni allergiche a punture di insetti possono anche essere fatali.
    All'aperto, specie la sera, è opportuno utilizzare un repellente per insetti: i più efficaci sono a base di DEET (dietiltoluamide) ma va utilizzato con parsimonia e all’aperto per evitare spiacevoli effetti indesiderati.
    Le meduse posseggono particolari cellule dette cnidoblasti che contengono una struttura urticante chiamata nematocisti. Questi animali sono costituiti al 98% di acqua e nell’ombrella contengono una sostanza gelatinosa detta mesoglea che facilita il galleggiamento. Si muovono facendosi trasportare dalle correnti marine o azionando dei piccoli fasci muscolari. Esse possiedono un filamento avvolto su se stesso che viene espulso e si conficca nella pelle appena si tocca la medusa.

    COSA FARE in caso di contatto con una medusa

    • La tossina iniettata dalla medusa e anche dalla tracina (pesce ragno che si trova nella sabbia anche a basse profondità) è termolabile e quindi inattivata dal calore più che dall’ammoniaca.
    • Tranquillizzare la vittima: il dolore e lo stress possono agitare la persona con conseguente attività muscolare che facilita la diffusione della tossina.
    • Lavare la ferita con acqua di mare, non fredda ma possibilmente tiepido-calda. Non usare mai acqua dolce o ghiaccio perché potrebbero favorire l’apertura delle nematocisti ancora presenti sulla pelle.
    • L’applicazione immediata di sabbia calda può rappresentare un primo aiuto.
    • Se vi sono ancora nematocisti presenti sulla pelle, per toglierle non usare le mani nude! Utilizzare delle pinze oppure prendere della schiuma da barba o sapone, cospargere sulla zona interessata e radere delicatamente. In alternativa fare un impasto di sabbia e acqua di mare oppure cospargere di borotalco o farina e usare delicatamente un coltello: non strofinare la cute!

    Da evitare, in seguito ad una puntura, le seguenti operazioni:

    • il bendaggio, perché incrementa la quantità di veleno che viene iniettata;
    • il lavaggio con soluzioni alcoliche, con dopobarba e con altre lozioni.

     

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Milano

     

  • Cellule staminali: scoperta tecnica per produrre embrioni umani

    La ricerca sulle cellule staminali ha fatto un importante passo avanti. Utilizzando una tecnica simile a quella che ha creato la "pecora Dolly" (il primo mammifero ad essere clonato), sono stati prodotti embrioni precoci attraverso la clonazione umana, e usati successivamente come fonte di cellule staminali.

    Le cellule staminali, derivate da trasferimento del nucleo di cellule somatiche (SCNT), sono in grado di trasformarsi, con un processo di differenziamento cellulare, in qualsiasi tipo di cellula specializzata come ad esempio quelle delle ossa o dei tessuti cerebrali.

    L’interesse degli scienziati per le cellule staminali è aumentato per l’efficacia dimostrata nel trattamento di molte malattie gravi.

    Le cellule staminali provengono da due fonti principali: gli embrioni formati durante la fase di blastocisti di sviluppo embrionale (cellule staminali embrionali) e i tessuti adulti, cioè le cellule staminali adulte.

    Le cellule staminali che possono essere recuperate a livello dell’embrione e del feto durante lo sviluppo rappresentano le cellule con una maggiore potenzialità di differenziazione. Coltivando le cellule isolate si possono ottenere migliaia di cellule embrionali staminali la cui principale caratteristica è data dalla grande capacità di differenziarsi negli altri tipi cellulari.
    Secondo Shoukhrat Mitalipov, della Oregon Health & Science University di Portland, Oregon (USA), autore dello studio, "La ricerca offre nuovi modi per generare cellule staminali per i pazienti con tessuti e organi disfunzionali o danneggiati. Tali cellule staminali sono in grado di rigenerare e sostituire le cellule e i tessuti danneggiati e alleviare malattie che colpiscono milioni di persone".

    La tecnica SCNT comporta la rimozione del nucleo di una cellula donatrice e il suo trasferimento in una cellula uovo dove è stato rimosso il nucleo; questa tecnica consente di creare embrioni quasi identici a quelli del donatore. In passato sono stati fatti vari tentativi in tal senso ma sono naufragati per la necessità di avere a disposizione migliaia di ovuli umani. Gli autori dello studio sono invece stati capaci di produrre una linea di cellule staminali embrionali umane utilizzando solo due ovuli umani.

    Esistono altri modi di produrre cellule staminali paziente-specifiche, come le cellule staminali pluripotenti indotte (iPS) che sono in grado di differenziarsi in molti ma non in tutti i tessuti. Le cellule staminali pluripotenti indotte possono inoltre a volte causare mutazioni inattese nelle cellule.

    Naturalmente questa scoperta ha già scatenato polemiche sulla correttezza dell’uso del metodo per creare embrioni umani che potrebbero alla fine crescere fino a diventare esseri umani completamente formati. Da più parti nel mondo si chiede una normativa giuridica di regolamentazione della clonazione umana.

    Sarebbe interessante riflettere sulle implicazioni della clonazione della classe politica...

     

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Milano

  • L’olio d’oliva è l’attore principale nella regolazione del senso di sazietà

    Il mantenimento di un corretto peso corporeo è il cardine della prevenzione di malattie cardiovascolari e metaboliche ed è ribadito in tutti i mezzi di comunicazione da medici e personale sanitario. Un numero crescente di persone sceglie alimenti a ridotto contenuto di grassi (prodotti "light"), nel tentativo di perdere peso, o almeno nella speranza di non aumentarlo.
    L’efficacia reale di questi prodotti è ancora oggetto di controversia in quanto se è vero che il contenuto calorico è ridotto, è altrettanto dimostrato che il consumatore di questi cibi deve ingerirne una quantità maggiore per raggiungere la sazietà. Uno studio austriaco ha dimostrato che oli naturali e grassi regolano la sensazione di sazietà dopo aver mangiato e l’olio d'oliva ha un ruolo da protagonista.
    Per capire il motivo della maggior efficacia dell’olio d’oliva, gruppi di lavoro della Technische Universität München (TUM) con il Prof. Peter Schieberle e della Università di Vienna con il Prof. Veronika Somoza, hanno studiato quattro differenti grassi e oli commestibili: lardo, grasso butirrico, olio di colza e olio d'oliva. I partecipanti allo studio, per un periodo di tre mesi, hanno supplementato la loro dieta giornaliera con 500 grammi di yogurt magro arricchito con uno dei quattro oli o grassi. Secondo il Prof. Schieberle Peter, capo della Cattedra di Chimica degli Alimenti TUM e Direttore del Centro di ricerca tedesco per la Chimica degli alimenti, l’olio di oliva ha prodotto un maggior senso di sazietà. Nel gruppo di persone che ha assunto olio di oliva si è rilevata una maggiore concentrazione ematica di serotonina, detto l’ormone della sazietà, e i soggetti intervistati hanno anche riferito di sentirsi molto satolli dopo il consumo di yogurt e olio d’oliva. Durante tutto il periodo di studio nessun membro di questo gruppo ha registrato un aumento di peso o della percentuale di grasso corporeo.
    I ricercatori sono rimasti sorpresi da questi risultati in quanto l'olio di colza e olio d'oliva contengono in realtà acidi grassi simili e il passo successivo è stato di investigare i composti aromatici presenti nei due oli. Un gruppo di persone è stato alimentato con yogurt ed estratti aromatici di olio d’oliva mentre il gruppo di controllo ha mangiato solo yogurt naturale. I risultati sono stati conclusivi: mentre il gruppo che consumava olio d’oliva non ha variato la propria dieta, il gruppo di controllo ha dovuto introdurre circa 176 chilocalorie in più al giorno per raggiungere la sazietà e nel gruppo di controllo sono stati trovati tassi di serotonina minori che nell’altro gruppo.
    L’insorgenza del senso di sazietà dopo mangiato dipende da una serie di fattori ma il ruolo predominante di questa regolazione è svolto dal livello di zucchero nel sangue. La velocità con cui le cellule somatiche assorbono il glucosio dal sangue determina il tempo di comparsa della sensazione di fame. I ricercatori hanno utilizzato nei loro studi oli di oliva provenienti da Spagna, Grecia, Italia e Australia e hanno identificato due sostanze presenti nell’olio di oliva responsabili della diminuzione dell’assorbimento di glucosio nelle cellule del fegato: Hexanal e E2-Hexenal.
    A conferma che i prodotti italiani sono sempre al primo posto nella qualità è la scoperta da parte degli studiosi che l’olio di oliva italiano è quello che contiene in maggior quantità i due componenti aromatici. Il consiglio è quindi chiaro: aggiungete olio di oliva italiano nello yogurt che consumate spesso sul luogo di lavoro nel tentativo di limitare il senso di fame… sembra funzionare meglio della classica carota cruda.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Milano

  • Il magnesio basso è più pericoloso per il cuore del colesterolo alto; vero il detto che 3 noci al giorno tengono lontano l’infarto

    Febbraio 2013 - La correlazione tra bassi livelli di magnesio e malattie cardiache è stata confermata dai ricercatori smentendo l’accezione che solo l’eccesso di colesterolo e di grassi saturi giochi un ruolo di primo piano nell’insorgenza delle malattie cardiache. Il dottor Andrea Rosanoff (Hawaii, USA), e i suoi colleghi, hanno condotto una revisione dettagliata delle ricerche svolte in campo cardiovascolare risalendo fino al 1937.
    Ricerche precedenti hanno dimostrato come bassi livelli di magnesio siano correlati con: pressione arteriosa elevata; produzione della placca arteriosclerotica; calcificazione dei tessuti molli; aumento del colesterolo; indurimento delle arterie.
    Questo implica che il reale colpevole delle malattie cardiovascolari è un basso livello di magnesio mentre storicamente gli esperti hanno da sempre indicato come fattore di rischio la dieta ricca in grassi saturi e un alto livello di colesterolo.
    Secondo il dottor Rosanoff sin dal 1957 è stato evidenziato come il basso livello di magnesio sia causa di aterogenesi e di calcificazione dei tessuti molli. Queste ricerche sono state tuttavia ampiamente ignorate nonostante molti lavori abbiano confermato il ruolo del magnesio. Le strutture sanitarie di molti stati consigliano un incremento di calcio nella dieta in quanto indispensabile per alcuni processi metabolici ignorando che per le cellule è importante un corretto rapporto calcio-magnesio e uno squilibrio aumenta il rischio di malattie cardiovascolari.
    Bassi livelli di magnesio sono stati correlati con insorgenza di: ipertensione arteriosa, diabete, colesterolo alto, aritmie cardiache, angina e infarto.
    Il fabbisogno di magnesio è nel soggetto adulto da 3 a 4,5 mg/Kg (210 - 320 mg/die), sufficienti per il mantenimento del bilancio. L'assunzione raccomandata per la Commission of the European Communities (1993) è da 150 a 500 mg/die.
    Le fonti alimentari di magnesio sono legumi, cereali integrali e frutta secca, ma nell’industria alimentare più dell'80% del magnesio viene rimosso dai trattamenti di raffinazione dei cereali. Vegetali a foglie verdi e banane sono altre buone fonti. 
    Nel complesso, diete ricche in vegetali e cereali non raffinati hanno un contenuto di magnesio maggiore rispetto a quello di diete ricche di carni, prodotti lattiero-caseari ed alimentari raffinati. La dieta italiana standard ha un consumo di 254 mg di magnesio al giorno. La fonte principale è costituita dagli alimenti di origine vegetale: per il 30% da verdura e ortaggi, per il 29% da cereali e derivati, per il 15% dalla frutta. Uova, carne e pesce ne apportano il 14% e latte e derivati il 12%.
    L'apporto di magnesio con l'acqua è molto variabile a seconda della natura dell'acqua, ed è stato poco quantificato. Sulla base di un consumo di un litro al giorno si può ipotizzare un introito da 1 a 50 mg.
    Avevano quindi ragione i nonni: le noci, consumate in quantità corretta, difendono il cuore e possono prevenire le malattie cardiovascolari.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Milano 

  • Un ormone può aiutare a mantenere la fedeltà degli uomini

    Secondo un nuovo studio pubblicato su The Journal of Neuroscience, quando è alta la produzione dell’ormone ossitocina il maschio è meno sensibile al fascino di donne attraenti e sensuali rimanendo fedele alla relazione monogama fissa.
    L'ormone ossitocina è prodotto dai nuclei ipotalamici e secreto dalla neuroipofisi. L'azione principale dell'ormone è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero.
    Nell'ultimo periodo della gravidanza la responsività dell'utero all'ossitocina aumenta notevolmente e l'ormone esercita un  ruolo importante nell'inizio e nel mantenimento del travaglio e del parto.
    Altro fondamentale ruolo è quella di stimolo delle cellule dei dotti lattiferi delle mammelle. In tal modo l'ossitocina provoca una contrazione delle cellule muscolari e l'escrezione del latte. Ciò avviene in risposta allo stimolo della poppata.
    Recenti studi scientifici avrebbero dimostrato la responsabilità dell’ormone sulla capacità di empatia e di comprensione dello stato d'animo altrui e di un migliore rapporto con sé e con gli altri con fenomeni di stima ed autostima incrementati (detta anche ormone della fiducia, poiché provoca l'atteggiamento ad essere maggiormente disponibili e cordiali), oltre che un agente biologico dell'innamoramento.
    Il professor René Hürlemann, dell'Università di Bonn e il suo team hanno scoperto che gli uomini a cui veniva somministrata ossitocina, riuscivano a mantenersi distaccati quando approcciati da donne che loro stessi avevano definito attraenti. Per contro lo stesso ormone somministrato a uomini single non sortiva lo stesso effetto.
    Hürlemann ha spiegato che ricerche precedenti su animali monogami avevano rilevato come l’ossitocina fosse la chiave della fedeltà monogama e con questo studio si è evidenziato lo stesso effetto anche sull’uomo.
    I ricercatori hanno somministrato ossitocina per via nasale a uomini eterosessuali sani e dopo 45-60 minuti sono stati fatti incontrare con donne attraenti e sensuali. Le donne avevano il compito di avvicinarsi il più possibile agli uomini reclutati a cui veniva chiesto se questa vicinanza fosse provocante o fastidiosa. La quasi totalità dei soggetti in studio ha definito la vicinanza come fastidiosa nonostante le donne reclutate dagli sperimentatori facessero tutto il possibile per provocarli. Tutti gli uomini, sia quelli a cui era stato somministrato un placebo sia quelli con ossitocina, hanno definito le donne attraenti e non volgari dimostrando che l’ossitocina non modificava la valutazione maschile ma solo il comportamento.
    Secondo Larry Young, un esperto di ossitocina alla Emory University, è stato dimostrato negli animali monogami che l'ossitocina svolge un ruolo importante nella formazione del legame di coppia e questo studio suggerisce il ruolo generale di ossitocina nel promuovere comportamenti monogami nell'uomo.
     

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Milano

  • La tavoletta di cioccolato ha effetti benefici: può ridurre il rischio di ictus

    Numerosi studi clinici hanno confermato che il consumo moderato di cioccolato produce effetti benefici su cuore e circolazione e un nuovo studio svedese evidenzia anche una riduzione del rischio di ictus.
    L’ictus è una condizione che si crea per interruzione della circolazione del sangue in un’area del cervello dovuta a un coagulo (embolo o trombo) o una rottura di un’arteria o di un vaso. La perdita di ossigeno e glucosio conseguente all’ischemia provoca la morte di cellule cerebrali e danno cerebrale con comparsa di perdita o riduzione della parola, del movimento e della memoria.
    Lo studio prospettico coordinato dalla d.ssa Susanna C. Larsson, del Karolinska Institute di Stoccolma, ha esaminato per circa 10 anni circa 38.000 svedesi di sesso maschile di età compresa tra 49 e 75 anni somministrando questionari per monitorare le abitudini alimentari e in particolare il consumo di cioccolato.
    Dalla consultazione dello Swedish Hospital Discharge Registry sono stati identificati 1995 casi di primo ictus durante i 10 anni di esame. Dall’analisi dei risultati è emerso che gli svedesi che hanno assunto un terzo di tavoletta di cioccolato alla settimana (circa 63 g.) hanno presentato una riduzione del rischio di ictus pari al 17% rispetto a quelli che non hanno fatto uso di cioccolato.
    Dalla metanalisi di 5 studi, per un totale di circa 4.300 casi, è emersa inoltre una riduzione del rischio di ictus pari al 19% nei consumatori di cioccolato.
    Curiosa la relazione dose-risposta che indica per ogni extra dose di un quarto di tavoletta di cioccolato alla settimana (pari a circa 50 g) una riduzione del rischio del 14%.
    L’effetto benefico del cioccolato sembra dovuto alla presenza di flavonoidi, un gruppo di composti polifenolici con riconosciute proprietà antiossidanti e protettive contro le malattie cardiovascolari grazie all’azione anti-trombotica e antinfiammatoria.
    L’azione dei flavonoidi presenti nel cioccolato riduce inoltre la concentrazione del colesterolo “cattivo” (LDL-colesterolo) e la pressione arteriosa.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Milano

  • Una ciliegia tira l’altra ... e combatte l’infiammazione

    La ciliegia, specie la qualità amarena, può avere effetti benefici sull’infiammazione cronica specie a carico delle articolazioni. Secondo ricercatori della Oregon Health & Science University, nelle ciliegie sono presenti sostanze antinfiammatorie in quantità maggiori rispetto a quelle presenti in altri alimenti e possono aiutare le persone affette da artrosi a mitigare la malattia.
    Uno studio effettuato su venti donne di età compresa tra 40 e 70 anni affette da artrosi, ha rivelato che il succo di ciliegia, assunto due volte al giorno per tre settimane, ha  portato significative riduzioni dei valori dei marker infiammatori che si presentavano elevati. all’inizio della ricerca..
    Milioni di persone nel mondo affette da artrosi sono sempre alla ricerca di rimedi naturali per alleviare i sintomi dolorosi, considerando gli effetti collaterali dei farmaci antinfiammatori attualmente conosciuti;  i ricercatori sono quindi entusiasti della scoperta delle proprietà delle ciliegie che sembrano agire sul dolore senza pagare lo scotto degli effetti indesiderati.
    Tra le malattie infiammatorie delle articolazioni le più diffuse sono l’artrite (processo infiammatorio che provoca una degenerazione della cartilagine articolare) e l’artrosi (malattia da invecchiamento dell’articolazione detta anche “da usura”) che secondo la Arthritis Foundation,  può causare una rottura della cartilagine con comparsa di dolori e lesioni.
    I vantaggi dell’assunzione di alimenti a base di ciliegia, come succo o crostata, sono stati documentati, in uno studio precedente, anche negli atleti che ne ha testato gli effetti assumendoli durante gli allenamenti. Nella corsa, specie prolungata e sulla lunga distanza, sono stati riscontrati progressi sia sulla distanza percorsa sia sulla netta riduzione del dolore dopo lo sforzo.  Rispetto agli atleti che non hanno fatto uso di prodotti a base di ciliegia si è trovato un miglioramento sulla performance e dolore con rapporto 2:1.
    Le proprietà delle ciliegie sembrano dovute a composti antiossidanti chiamato antocianine, responsabili del caratteristico colore rosso e, oltre all’effetto antiossidante, hanno dimostrato efficacia antinfiammatoria simile ai comuni farmaci utilizzati nell’infiammazione.
    Precedenti ricerche sulla relazione tra osteoartrosi e ciliegie, condotto da ricercatori della Baylor Research Institut, hanno dimostrato che una dose giornaliera di amarene (come estratto di ciliegia) ha contribuito a ridurre il dolore dell'artrosi di oltre il 20 per cento per la maggior parte degli uomini e delle donne.  Gli stessi benefici sono stati rilevati sulla attività fisica durante la fase  di recupero e sul miglioramento del dolore muscolare e articolare.
    Disponibile tutti i giorni dell'anno in forma secca, congelata, in succhi di frutta,torte e  crostate, le ciliegie sono alimenti che , oltre all’ottima palatabilità,  risultano utili a combattere qualsiasi tipo di infiammazione.

    Dott. Roberto Colajanni
    Medico chirurgo, Medicina Interna e Reumatologia
    Milano

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